Sul River Adur, poco prima che il fiume incontri il Canale della Manica, esiste un luogo che sembra sfuggire al tempo e alle regole dell’urbanistica contemporanea. A Shoreham-by-Sea, nel West Sussex, una fila irregolare di houseboat costruite con vecchi traghetti, torpediniere militari, autobus dismessi, camion dei pompieri e rottami industriali forma una delle comunità alternative più straordinarie d’Inghilterra.
Non sono semplici case galleggianti. Sono sculture abitabili, manifesti di libertà creativa sospesi tra il fango dell’estuario, il vento salmastro e il ritmo incessante delle maree.

La storia delle houseboat di Shoreham nasce dal declino del vecchio porto marittimo della città. Per secoli Shoreham fu un importante centro navale del Sussex: qui si costruivano navi mercantili e imbarcazioni militari, e il fiume Adur rappresentava il cuore economico della comunità. Dopo la Seconda guerra mondiale, però, molte imbarcazioni vennero abbandonate lungo le rive fangose dell’estuario. Invece di essere demolite, alcune furono occupate e trasformate in abitazioni improvvisate da marinai, lavoratori portuali, artisti e spiriti indipendenti che cercavano un modo diverso di vivere.
Negli anni Sessanta e Settanta quella striscia di fiume divenne il rifugio di una piccola controcultura costiera inglese. Non esisteva un progetto architettonico né un piano urbanistico: tutto cresceva organicamente, attraverso il recupero e il riuso. Ogni abitante modificava la propria imbarcazione con ciò che riusciva a trovare nei cantieri navali o nei depositi industriali: finestre recuperate, vecchie caravan, pezzi di autobus, lamiere, legname, motori e relitti dimenticati.

Fu in questo contesto che arrivò Hamish McKenzie, figura diventata negli anni il simbolo stesso delle houseboat dell’Adur. Artista, costruttore e restauratore di vecchie imbarcazioni, McKenzie dedicò gran parte della sua vita a salvare relitti destinati alla demolizione, trasformandoli in abitazioni e opere d’arte galleggianti. Le sue creazioni sembrano nate da un’immaginazione senza limiti: sezioni di traghetti incorporate dentro altre barche, autobus trasformati in salotti sospesi sull’acqua, cabine di camion dei pompieri diventate parte della struttura abitativa.
Tra le sue opere più celebri c’è Verda, un ex traghetto a vapore del 1929 trasformato in un collage architettonico quasi surreale, composto da frammenti di diverse imbarcazioni e veicoli recuperati. Un’altra icona è The Dodge, costruita attorno alla cabina di un vecchio camion dei pompieri Dodge e diventata uno dei simboli più fotografati di Shoreham.

Passeggiando lungo Riverbank Road si ha l’impressione di attraversare una favola post-industriale. Oblò ricavati da lavatrici, serre improvvisate sui ponti, vasche da bagno trasformate in finestre, torpedini arrugginite adagiate nel fango dell’estuario e piccoli giardini nascosti tra le passerelle di legno raccontano un’idea di abitare completamente diversa da quella convenzionale.
Ma la vita sull’Adur non è mai stata semplice né romantica nel senso più facile del termine. Le maree sono forti, il vento dell’estuario può essere violento e l’umidità corrode lentamente ogni struttura. Vivere qui significa riparare continuamente, adattarsi al movimento dell’acqua, convivere con il freddo e con l’instabilità di edifici che, in fondo, restano sempre un po’ barche e un po’ case.
Negli ultimi anni la comunità ha iniziato a cambiare. Alcune houseboat sono diventate alloggi turistici ricercati e molte hanno acquisito un valore economico impensabile in passato. Eppure, nonostante la modernizzazione e la pressione immobiliare, Shoreham conserva ancora l’atmosfera di un mondo parallelo: libertario, artigianale, eccentrico.
Al tramonto, quando l’acqua dell’Adur sale lentamente e le houseboat ricominciano a galleggiare nel silenzio delle saline, Shoreham-by-Sea sembra appartenere a un’altra epoca. Un luogo sospeso tra mare e terra dove architettura, sopravvivenza e arte continuano ancora oggi a fondersi in qualcosa di irripetibile.


