Nel cuore di Torino, sotto i portici di Piazza Castello, esiste uno spazio minuscolo che ha dato vita a una delle più durature icone della gastronomia italiana. Trentuno metri quadri appena: boiseries scure, specchi molati, marmi lucidi. È il Caffè Mulassano, aperto nel 1907 e divenuto, quasi senza volerlo, il luogo di nascita del tramezzino.
Siamo nel 1926. Torino non è più capitale politica, ma resta capitale industriale, culturale, borghese. È una città che guarda all’Europa ma difende con orgoglio la propria identità. In questo contesto, Angela Demichelis Nebiolo — imprenditrice colta, concreta e attenta ai cambiamenti del gusto — osserva una moda d’oltreoceano che fatica a imporsi: il sandwich all’americana. Pane in cassetta tostato, imbottito, dal nome straniero e poco musicale. Non convince il pubblico torinese, né per forma né per spirito.
L’intuizione di Angela Nebiolo è tanto semplice quanto geniale: usare pane morbidissimo, privato della crosta, farcirlo con ingredienti delicati, senza passarlo sulla piastra. Un boccone elegante, discreto, perfetto per l’aperitivo. Ma resta un problema: come chiamarlo?
In un’Italia attraversata da un forte desiderio di affermazione linguistica, la parola “sandwich” suona stonata. Ed è qui che entra in scena Gabriele D’Annunzio. Il Vate, protagonista di una vera e propria crociata contro gli inglesismi, è spesso a Torino e frequenta i caffè storici. Amava il rito, il gesto, la parola precisa. Detestava le contaminazioni linguistiche, convinto che la lingua fosse un presidio dell’identità nazionale.
È a lui che si attribuisce la proposta di un nome nuovo: tramezzino, da tramezzo, ciò che sta in mezzo. Un termine perfettamente italiano, limpido, funzionale e insieme letterario. Una parola che descrive l’oggetto ma ne eleva lo status. Non più semplice panino, ma gesto di stile.
Il successo è immediato. I primi tramezzini vengono serviti con burro e acciughe — abbinamento piemontese per eccellenza — accompagnati da un vermouth della casa. Sono pensati per l’aperitivo, per stare in piedi, per conversare. Piccoli, candidi, geometrici. Nulla di casuale.
Così, dall’incontro tra l’ingegno pratico di una donna e l’estetica verbale di un poeta, nasce un’icona destinata a superare mode, confini e decenni. Il tramezzino attraversa il Novecento italiano adattandosi ai gusti, moltiplicando le farciture, diventando popolare senza perdere del tutto la sua aura originaria. Dai bar torinesi ai vassoi delle feste, dalle stazioni ai buffet eleganti, resta un simbolo di convivialità misurata.
Nel 2026 il tramezzino compie cento anni. Non li dimostra. Forse perché la sua forza sta proprio nella semplicità e nell’equilibrio: pochi ingredienti, una parola giusta, un contesto che ha saputo riconoscerne il valore.
Al Caffè Mulassano, una piccola targa d’ottone ricorda ancora oggi quell’invenzione. Non proclama, non celebra. Suggerisce. Come le cose che durano.
Perché a volte la cultura non si legge soltanto.
Si assaggia.


